domenica 14 agosto 2016

YOGA O MEDITAZIONE? L’EBRAISMO, L’ISLAM E IL SIKHISMO TRA LE GRANDI RELIGIONI CI RISPONDONO…parte prima

YOGA O MEDITAZIONE? L’EBRAISMO, L’ISLAM E IL SIKHISMO TRA LE GRANDI RELIGIONI CI RISPONDONO…
parte prima
E’ giunta l’ora di dissipare ogni dubbio in merito allo yoga prendendo la risposta dai testi sacri e dalle vite dei santi delle religioni piu’ diffuse, dall’ebraismo al sikhismo passando per l’islam.
Da uno studio di Marco Stefanelli che parla di varie religioni (http://www.marcostefanelli.com/subliminale/medita.htm) siamo d’accordo sul fatto che l’Antico Testamento accenni a tecniche di Meditazione e scuole profetiche. I profeti utilizzavano arpe, tamburi, cetre e flauti e cercavano l’estasi, cioè la discesa dello Spirito su di loro. Il profeta ebraico è l’uomo che, ispirato da Dio, cerca di riportare la religione all’antica purezza e la Meditazione ebraica, fatta sulla parola di Dio, un Dio assoluto che non ama le mezze misure, richiede per questo una dedizione totale.
Kabbalah Meditation Art Print
Aryeh Kaplan nel libro “La meditazione ebraica“ci spiega che la meditazione ebraica può riferirsi a diverse pratiche tradizionali ebraiche di contemplazione, che vanno dai metodi di visualizzazione e di intuizione – o forme di comprensione emotiva in preghiera di comunione – all’analisi intellettuale di concetti etici, filosofici o mistici. Si accompagna spesso alla preghiera ebraica non strutturata e personale, che permette la contemplazione isolata o, talvolta, si unisce ai servizi liturgici regolari. Le sue elevate intuizioni psicologiche possono generare stati alterati di consapevolezza, dare vita al dveikus (avvicinamento a Dio) e portare alla trascendenza meditativa, specialmente nel misticismo ebraico.
Altre informazioni le abbiamo da D. Goleman, dal libro “La forza della meditazione” riportato da
«In ogni religione», scrive il cabalista contemporaneo Z’ev ben Shimon Halevi (1976), «ci sono sempre due aspetti, quello visibile e quello nascosto». L’aspetto visi­bile si manifesta come ritualità, testi scritturali, funzioni religiose; quello nascosto alimenta la luce che dovrebbe illuminare queste forme. Nell’ebraismo, gli insegnamenti nascosti sono chiamati cabala. Questi insegnamenti, si dice, ebbero origine con gli angeli, che furono istruiti da Dio. I cabalisti, allo stesso modo degli esseni e di altri gruppi mistici della storia ebraica, identificano le grandi figure dei tempi biblici – Abramo, Davide, i Profeti – come portatori di questa tradizione. Halevi afferma che Joshua ben Miriam, altrimenti conosciuto come Gesù, era un trasmettitore di cabala. Questa tradizione ebraica nascosta affiorò per la prima volta in Europa nel Medioevo, e molte sue diramazioni sono giunte ai giorni nostri. Nel corso dei secoli, alcune delle forme comuni hanno incluso le pratiche della filosofia e etica di Abraham ben Maimon (figlio di Maimonide), della Cabala di Abramo Abulafia, Isacco il Cieco, Azriel di Gerona, Moses Cordovero, Yosef Karo e Isaac Luria; il chassidismo del Baal Shem Tov, Schneur Zalman di Liadi e Nachman di Breslov; ed il movimento Musar di Israel Salanter e Simcha Zissel Ziv. Queste pratiche vi sono in tutte le religioni, compreso nel Cristianesimo: San Paolo, nella lettera ai Romani (8,26) fa una puntualizzazione importante: “Realmente con la nostra intelligenza non si può pregare, se non mettendosi in posizione di ascolto e se prima di essa lo spirito non prega”.
Numerosi sono i Santi che ci hanno lasciati insegnamenti importantissimi e sempre attuali. Ne citerò solo alcuni. Ignazio di Loyola, che ci indica una Meditazione discorsiva, basata principalmente sull’uso dell’immaginazione e della visualizzazione; Santa Teresa di Avila, che pone al centro della attività spirituale I’”Orazione mentale”, cioè un frequente intimo colloquio con Dio; San Giovanni della Croce, per il quale due sono i punti fondamentali per arrivare a contemplare Dio: il distacco dei sensi e il distacco dello spirito. Così facendo si passa dalla meditazione alla contemplazione e dalla contemplazione all’unione.Ma esaminando i metodi contemplativi di Oriente ed Occidente, si profila un unico processo meditativo, anche se le due correnti parlano di conoscenza contemplativa del Sé e conoscenza contemplativa di Dio, poiché Dio è la nostra stessa interiorità.Nelle sue forme esoteriche, la “Cabala Meditativa” è uno dei tre rami della Cabala, accanto a quello “Teosofico” e separato dalla Cabala Pratica. È un errore comune includere la Cabala Meditativa nella Cabala Pratica che cerca di alterare la fisicità, mentre la Cabala Meditativa cerca la comprensione della spiritualità, insieme alla teosofia intellettuale comprendente la “Qabbalah Iyunit” (“Cabala Contemplativa”).D. Goleman ne:”La forza della meditazione”, sostiene che, secondo la dottrina cabalistica, l’ingresso nel Paradiso interiore da parte di chi non abbia predisposto una base appropriata attraverso la purificazione di sé può essere pericoloso.
Il Talmud racconta la storia di quattro rabbini che entrarono nel Paradiso: uno diventò pazzo, un altro morì e un altro perse la fede; solo uno, il rabbino Akiba, ritornò in pace.
Gli scritti autorevoli di Abraham Abulafia, una delle elaborazioni più dettagliate della meditazione cabalistica, avevano come fine quello di insegnare un approccio sicuro al Paradiso interiore. La me­ditazione di Abulafia combina varie lettere dell’alfabeto ebraico in una meditazione sui nomi santi di Dio. Questo metodo è distinto dalla preghiera; l’aspirante vi si dedicava in isolamento piuttosto che in sinagoga, in orari stabiliti e sotto la guida del suo maggid. Halevi descrive il cammino percorso da chi pratichi questo tipo di meditazione: quando ripete il nome, il meditatore dirige la sua attenzione al di sopra dello yesod, la mente ordinaria li­mitata, nel tiferet, una consapevolezza che supera l’ego. Vale a dire, egli dirige il suo pensiero lontano da tutte le forme di questo mondo, focalizzandosi sul nome. Se i suoi sforzi incontrano la grazia di Dio, il sé si solleverà improvvisamente al di là del tiferet, in uno stato di estasi chiamato daat, o conoscenza. Qui il suo senso di separa­zione da Dio si dissolve, anche se per un solo istante. Egli è pervaso da una grande gioia, e afferrato da un dolce ra­pimento. Quando emerge da questo stato, ritornerà a es­sere conscio della ripetizione interna del nome, che egli aveva trasceso per quell’istante in uno stato che i buddhisti theravada potrebbero chiamare jhana.
La fine del cammino del cabalista è il devekut, in cui l’anima aderisce a Dio. Quando il meditatore stabilizza la sua coscienza a questo livello, non è più un uomo normale ma soprannaturale, uno zaddik, o santo, che è sfuggito alle catene del suo ego personale. Le qualità di chi abbia raggiunto questa condizione includono imperturbabilità, indifferenza a lode o biasimo, la sensazione di essere solo con Dio, e la capacità profetica. Il volere dell’ego è sommerso dalla volontà divina cosicché i propri atti servono Dio piuttosto che un sé limitato. Lo zaddik non ha più bisogno di studiare la Torah, la Legge, perché egli diventa la Torah.
Un commentatore classico (Scholem 1974, p. 175) definisce il devekut come uno stato del­la mente in cuci si ricorda costantemente di Dio e del suo amore, e non si al­lontana il proprio pensiero da Lui, al punto che quando una persona così parla con qualcun altro, il suo cuore non è con questa persona ma è ancora davanti a Dio. E può senz’altro essere vero, di quelli che raggiungono questa posizione, che alla loro anima è accordata una vita immortale persino in questa vita terrena, perché essi stessi sono dimora dello Spirito Santo.

Principalmente anche nell’islam c’e’ una forma di misticismo conosciuta come Sufismo. Secondo questa tradizione la via può essere percorsa solo da chi è interamente sgombro, e non ha bisogno di nulla, tranne che di Dio. Sufl è colui che muore all’ego e rinasce alla verità. Il Sufismo è una via diretta alla trascendenza e quindi una negazione del formalismo religioso, della liturgia esteriore, dei riti ripetitivi.
Per trovare Dio bisogna liberarsi da condizionamenti, legami, possessi e da ogni identificazione psicologica.
La Meditazione islamica cerca di entrare in contatto con il trascendente e di rimanerci, annullando tutto ciò che è fenomenico, molteplice, contingente, immanente; cioè, se si cancellano le tracce materiali, rimane la divinità. I Maestri Sufi cercano di risvegliare l’anima dai suoi torpori umani, attraverso shock mentali e paradossi contenuti in racconti didattici, leggende, aforismi che possono rivelare all’improvviso significati reconditi.
Esistono numerosi Maestri e scuole Sufi, nate dal loro carisma, dove vengono trasmessi, non solo nozioni e principi, ma gli allievi divengono partecipi dei poteri del loro Maestro. Per questo i loro insegnamenti sono tenuti segreti o celati dietro simbolismi ermetici che li nascondono a chi non è in grado di interpretarli correttamente. La segretezza e la struttura in cerchi concentrici delle confraternite ha permesso loro di sopravvivere a numerose persecuzioni.
Il Corano sottolinea spesso l’importanza della Meditazione come invocazione e ricordo costante della presenza divina e come preparazione psicologica ad accoglierla.

Libri consigliati:
Rumi – I detti di Rabi’a – Ed. Adelphi
Gabriel Mandel – Il Sufismo vertice della piramide esoterica – Ed. SugarCo
Hazrat Inayat Khan – La purificazione della mente Ed. Mediterranee

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